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Riflessioni d'autunno

di Serena Fantini



L’autunno è ormai inoltrato e attraversare un parco invita a diverse suggestioni se proviamo ad accogliere i doni della natura aprendo i sensi e il cuore.

La linfa delle piante si ritira verso l’interno e anche noi possiamo dedicare del tempo per pensare a noi stessi, considerare gli obiettivi personali raggiunti, come i frutti maturi che la natura regala in questa stagione, pigne di conifere, castagne e funghi, ma anche ciò che è tempo di lasciare andare. Le piante caducifoglie si colorano di giallo, arancio e rosso mostrando ai nostri occhi il loro abito più bello prima di donarlo al vento. Le foglie staccandosi dai rami danzano con struggente leggerezza e raggiungono il terreno per diventare per esso parte di quel nutrimento necessario alla terra per donare nuova vita. La natura autunnale insegna che ogni cosa si trasforma e lo fa attraverso un paesaggio estremamente poetico: le foglie frusciano sotto i nostri passi invitandoci a rallentare il cammino e a godere di questo suono che sembra sussurrare che facciamo parte di un ciclo che non possiamo fermare ma soltanto percorrere con presenza e consapevolezza.



Un’ipotesi relativamente recente ha messo in dubbio la tesi che sia la mancanza di clorofilla e quindi della dominanza del verde a far sì che le foglie rivelino altri colori. Si è scoperto infatti, come racconta Stefano Mancuso nel suo libro “Plant revolution”, che alcune specie investono importanti risorse nella produzione di molecole necessarie per colorare le foglie. Non è ancora chiaro il motivo, anche se uno studioso di Oxford, tale Bill Hamilton, ha teorizzato che si tratti di un segnale delle piante per tenere lontano gli afidi che hanno un picco migratorio durante l’autunno, un po’ come fanno le gazzelle che saltellano di fronte al leone per mostrarsi forti e convincere così il loro predatore a rivolgersi altrove.



Fatto sta che dopo aver fatto la voce grossa, gli alberi lasciano andare proprio quel simbolo di forza e di potere mostrando al mondo una nudità essenziale, attraverso la bellezza geometrica dei rami spogli e silenziosi dell’inverno.

Mi chiedo se non sia tempo anche per noi, che tra l’altro conosciamo bene l’attitudine di volersi mostrare più forti degli altri per evitare attacchi, di lasciare andare e tornare a ciò che ci è strettamente necessario, per sentirci nuovamente parte della natura, dove esiste un equilibrio sottile tra le parti che la nostra avidità e superbia hanno negato per troppo tempo.


Abbiamo bisogno di tornare a connetterci con i ritmi naturali perché ce lo chiede il nostro corpo se proviamo ad ascoltarlo, soggetto all’energia proveniente dall’ambiente circostante (ma anche a un’aria malsana, cibo spazzatura e una vita sedentaria).

Seguiamo l’invito dell’autunno a rallentare il nostro passo veloce, tirato dalla fretta di continuare a produrre per iniziare ad essere e ad accogliere, a pensare e a sentire che siamo parte di qualcosa di molto più grande.

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