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Il Mondo è (nel) piatto.

Di Claudio Monnini


Ci siamo mai chiesti se le nostre abitudini a tavola, quelle che riteniamo normali, siano compatibili con le risorse del pianeta?

Forse non tutti abbiamo fatto questo esercizio, abituati da un’economia un po’ bulimica a non farci mancare nulla, costi quel che costi, ma il pianeta è un po’ come la dispensa di casa: se consumiamo la spesa della settimana, quella fatta il sabato, entro mercoledì, ci tocca rifare la spesa, ma nel caso della Terra, non avendo un secondo o un terzo pianeta, questa seconda o terza spesa non è detto che si possa fare, a livello globale.


Anzi, non si può proprio farla: non a caso ogni anno lo Overshoot day cioè il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse di cui l’umanità dispone fino al 31 dicembre, cade molto prima della fine dell’anno: per l’esattezza nel 2022 è arrivato il 28 luglio, ma solo nel 2017, 5 anni fa, cadeva ad agosto e 50 anni fa, nel 1971, intorno a Natale… eravamo più sostenibili prima, insomma.


Se da un lato è vero che i grandi decisori sono più responsabili del singolo cittadino rispetto alle scelte globali, è anche vero che i grandi decisori, almeno nelle democrazie e nelle economie occidentali, sono lì per il mandato che abbiamo loro conferito. Allo stesso modo, ciascuno di noi può incidere, orientando i propri consumi, sulle scelte del mercato: se qualcosa non piace alle persone e non vende, non viene più immesso nel mercato, o viene prodotto in quantità minore.


Ricordo spesso, e i dati ad esempio dellOvershoot day sono lì a confermarlo, che la maggior parte delle scelte “sostenibili” erano la norma ai tempi in cui i nostri genitori, o i nostri nonni, erano più giovani; non dobbiamo inventare niente, ma recuperare buone abitudini.


Alcune abitudini alimentari aiutano molto in questo senso, io mi sono dato alcune regole molto semplici che non comportano particolari sacrifici:


1. Avere una dieta prevalentemente vegetariana (come i nostri genitori e i nonni). Gli allevamenti intensivi infatti, consumano la maggior parte del suolo agricolo, circa il 70%, per produrre foraggio. Non ha molto senso, con il restante 30% coltiviamo le cose che finiscono direttamente nel piatto, il resto lo diamo a maiali e polli, carne di cattiva qualità, allevata in modo disumano, con abbondanti concimi e pesticidi agroindustriali, per animali imbottiti di farmaci che producono gas climalteranti, consumano acqua in un momento storico in cui lo scioglimento dei ghiacciai, il prosciugamento dei fiumi e la siccità stanno diventando la norma: il nuovo ecosistema cui dovremmo “adattarci”.

2. Mangiare prodotti a filiera corta e di stagione. Non ci poniamo troppo il problema, ma mangiare una banana o un avocado, o un ananas, non è affatto sostenibile. E nemmeno le ciliegie a dicembre o le fragole a gennaio. Queste cose, che spesso finiscono anche nell’insalatona del vegano, sono responsabili di emissioni enormi per il trasporto interoceanico, per la deforestazione delle aree tropicali (l’Amazzonia colombiana per gli avocado, i bananeti del costa Rica…). Aggiungo che la frutta e la verdura locali e di stagione offrono il nutrimento e le vitamine giuste che il nostro corpo richiede in ogni stagione.



3. Cucinare la quantità giusta, e riciclare gli avanzi. Sembra ovvio, ma non lo è: moltissime famiglie, le mense scolastiche e quelle dei posti di lavoro, buttano via il 30% del cibo. Lo spreco alimentare è un grande nemico del pianeta e del futuro dei nostri figli. Scaricare cibo avanzato nella spazzatura è come buttare via un pezzo di futuro.



In sostanza, per chiarirsi il concetto, non si tratta di essere degli oltranzisti fanatici, ma di seguire l’esempio della nonna, forse la persona più moderata che abbiamo conosciuto.

Infatti, era lei che faceva la frittata con gli spaghetti del giorno prima, cucinava l’arrosto solo la domenica, metteva in tavola la frutta e la verdura dell’orto, non sapeva cosa fosse un ananas.

La Terra è tonda, ma sta tutta nel piatto.




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