Il giardino per tutte le tasche

La strategia urbana dei Pocket garden, un nuovo trend metropolitano.

Di Antonella Impellizzieri, architetta paesaggista, socia fondatrice Parcobello.



Le città ereditano costantemente spazi non previsti dai processi di pianificazione e disegno urbano. Sono spazi sospesi, neutri, liminali, in cui si svolgono alcune funzioni e alcuni

servizi urbani che difficilmente potrebbero essere allocati altrove in città.

Piccoli luoghi dimenticati, spesso degradati perché scarsamente utilizzabili a causa delle loro

caratteristiche: spazi di risulta, interstiziali, abbandonati, quali ad esempio, territori sacrificali del sistema di trasporto, luoghi dove trovano posto i cassonetti dei rifiuti, fasce di rispetto in prossimità di corsi d’acqua che attraversano le città etc.

Talvolta custodi della povertà sofferta ed esibita, che danno rifugio a chi non sa dove andare, alle diverse forme di disagio sociale, ai fenomeni di marginalità.


Per la loro piccola dimensione e la natura di luoghi non definiti Marc Augé li identificò come non-luoghi (M. Augé, 2009). Precedentemente vennero utilizzate molte altre espressioni: gutterspace, letteralmente “spazi di margine”, “terrain vagues” (Solà Morales, 1996), in-between spaces” (Hajer e Reijndorp, 2001), “tiers-paysage”, ecc.


Esiste oggi un’espressione, spazio residuale urbano, che esprime in maniera evocativa il concetto anche oltre il suo mero significato. (Laurìa, 2017)

Dal punto di vista quantitativo resìduus è «ciò che resta, che avanza, la parte rimanente» (Devoto e Oli, 2014), dal verbo residére “rimanere indietro”, quindi qualcosa che rimane dopo che il tutto del quale faceva parte subisce un processo di modifica o di alterazione. Dal punto di vista qualitativo si percepisce un’accezione negativa, ossia la parte rimanente di un tutto è descritta come un frammento minoritario e subordinato rispetto a ciò di cui, in origine, era parte: ossia, uno scarto. (Cortellazzo e Zolli, 1999).


Gli spazi residuali sono dunque considerati privi di qualità specifiche e incapaci di offrire agli abitanti della città quelle opportunità che normalmente gli altri spazi urbani consentono: il camminare, la sosta, l’incontro, lo scambio o il gioco (Wood, 1978).


In realtà quelli che si trovano nel cuore delle città sono potenziali attivatori di percorsi di rigenerazione urbana e sociale. Possono essere recuperati ad un ruolo e ad un uso pubblico lavorando affinché da problemi si elevino ad opportunità.


Se un grande parco o una piazza influenzano positivamente la città ma solo in prossimità dell’area, proviamo ad immaginare che impatto potrebbe avere un sistema di tanti piccoli spazi pubblici o aree verdi, diffusi nel tessuto urbano e di superficie pari al grande spazio di cui sopra. Probabilmente potrebbero coinvolgere l’intera città.

Sfruttare ogni angolo della città, anche il più piccolo, per piantare alberi, prati e fiori. Trasformare tutti gli spazi urbani inutilizzati in aree verdi dove potersi ricaricare, dedicarsi alla coltura o semplicemente respirare aria pulita. Un sogno?

A Londra questo sogno sembra essere diventato realtà: 100 piccoli giardini urbani sono lentamente sbocciati in ogni spazio abbandonato, anche quello più ridotto e inimmaginabile, dando vita ad un vero processo di rigenerazione. Con il progetto 100 Pocket Parks sono stati realizzati 100 nuovi “parchi tascabili” in 26 quartieri sparsi per la città.


Blackborad on les berges, Paris. Fonte: Mairie de Paris.


Pocket gardens, piccole oasi di pace e tranquillità, un antidoto alla frenesia metropolitana e un’occasione per promuovere la socialità fra abitanti del quartiere; spazi comuni per la condivisione di attività all’aperto, dove potersi concedere una pausa dallo stress quotidiano.

Si tratta di giardini e interventi a verde, puntuali e capillari, che attuano una trasformazione agli spazi urbani. Un “buon” pocket park aiuta a riattivare la vita di quartiere generando coinvolgimento sociale e senso di appartenenza, attrae ed incoraggia le persone a vivere il proprio spazio pubblico e relazionarsi, oltre a contribuire ad altri fattori come la conservazione della biodiversità e del verde all’interno della città.


Caratteristiche generali di questi luoghi sono la piccola dimensione, avere un raggio di influenza locale, essere a servizio delle esigenze del quartiere potendo ospitare diverse attività ricreative, ed essere visibili dalla strada e dagli edifici circostanti. Un giardino tascabile può dunque essere di varia natura, da playground a luogo di sosta e spazio verde, scenario di eventi temporanei o piccoli locali commerciali, dipendendo di volta in volta dal contesto in cui si inserisce e dalle dinamiche che hanno portato alla definizione del luogo.


I pocket parks sono dunque strumenti di progettazione urbana a piccola scala, luoghi intermedi tra la dimensione pubblica e quella privata, capaci di favorire l’interazione fisica e conoscitiva tra persone; sono spazi flessibili in grado di assorbire le opposizioni e le trasformazioni della città e di chi la vive, diventando momenti di espressione e coesistenza delle diversità.

La forza di questi interventi piccoli ma diffusi è proprio nella capacità di dare vita a una rete urbana continua tra gli spazi pubblici che riescono a vivificare anche le aree meno frequentate o interstiziali e renderle attrattive, ai fini sociali, ambientali o commerciali.


Noi di Parcobello vorremmo re-immaginare gli spazi residuali per restituirli alla vita della città. Possono essere di differenti tipologie e di diverso respiro: dai piccoli interventi “locali” di manutenzione o abbellimento, agli interventi di riqualificazione, organizzazione e gestione dello spazio urbano, fino a veri e propri interventi di rigenerazione urbana.

Vorremmo coinvolgere gli abitanti, con diverse forme di partecipazione al processo di

definizione delle idee e di implementazione delle soluzioni, affinché la riqualificazione degli spazi residuali, pensata secondo i principi dell’agopuntura urbana, possa costruire o rafforzare le relazioni tra le parti, creare sinergie, dare vita ad una rete di opportunità sociali e ambientali in continua trasformazione.


«i piccoli parchi urbani dovrebbero essere qualche cosa di più che dei posti in cui sedersi o giocare. Dovrebbero anche essere delle scene da guardare da lontano; camminando lungo una strada, guardando fuori da una finestra, o cogliendone un’immagine fugace con l’angolo del nostro occhio. Quindi, i piccoli spazi urbani potrebbero contribuire all’interesse, alla varietà, e alla attrattività dei quartieri. Essi potrebbero essere una forza decisiva per contrastare la formazione di aree di degrado e di quartieri sporchi e densi… I vest-pocket park, in breve, non solo possono rispondere a una funzione pratica di ricreazione ma potrebbero anche contribuire alla salvaguardia della città come un posto dove vivere oltre che lavorare» (Seymour, 1969)

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