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Dall’egoismo all’ecoismo.

di Claudio Monnini



Immaginate per un momento di essere l’unico abitante di un deserto.

Basta un attimo per capire che in questa condizione non potremmo sopravvivere più di un paio di giorni. Non valiamo niente da soli, non solo senza i nostri simili, ma senza tutto il contesto naturale (e non) da cui siamo circondati. Siamo solo un pezzetto, un tassello, di un organismo complesso e contribuiamo a una piccolissima particella dell’esistenza globale, concatenati a tutto ciò che abbiamo intorno.


Perché, vi starete chiedendo, un incipit così grave ed esistenziale?

Questa cosa me l’ha fatta venire in mente la recente alluvione in Emilia Romagna, che, come la maggior parte delle cose che stanno accadendo all’umanità, catastrofi, guerre, collasso ecologico, è il risultato di quasi 8 miliardi di persone che perlopiù si comportano come se la propria vita fosse quella descritta nella prima riga; salvo poi correre eventualmente ai ripari, quando purtroppo la frittata è già fatta. Catastrofi che, come abbiamo visto, accadono anche alla straordinaria gente romagnola che per fortuna ha almeno una consolidata cultura della solidarietà sociale.



Da molti anni abbiamo anteposto interessi economici spiccioli, i nostri progetti personali, quelli delle grandi aziende o delle economie nazionali, a un problema enorme ma ritenuto “rimandabile” e lontano nel tempo, se non addirittura discutibile, o ignoto ai più: il cambiamento climatico.


Non voglio fare qui il riassunto del problema, attualmente il più grande per l’umanità, un problema che stiamo ancora sottovalutando, disposti persino a pagarne le conseguenze, molto più care dei rimedi, pur di continuare a grattare il fondo del barile dell’economia lineare, un sistema ormai superato e dannoso, non più sostenibile.


Ci sono studi e grafici che questo riassunto lo fanno meglio di me. Lo stesso si potrebbe dire per la fragilità geologica dell’Italia, uno dei territori più instabili al mondo, che cerchiamo maldestramente di far collimare con ogni sorta di realizzazione insostenibile, dal nuovo quartiere nell’alveo fluviale, al condono edilizio, allo stabilimento balneare cementificato, alle opere inutili e faraoniche come il ponte sullo Stretto di Messina.



Quello che mi propongo di capire è cosa ci sia a monte di una mentalità che ci porta progettare il nostro stile di vita in modo totalmente illogico e autolesionista, un modo che solo 50 anni fa nemmeno era pensabile, ma che ora molti di noi considerano irrinunciabile, inevitabile, immaginando che qualsiasi alternativa debba corrispondere a un sacrificio. Cose come andare a fare la spesa a piedi, mangiare carne solo nelle feste, non avvolgere qualsiasi cosa in un involucro di plastica, usare bottiglie di vetro magari col vuoto a rendere, non sprecare il cibo, non sprecare energia, usare materiali da costruzione e cibo a chilometro zero, fino a 50 anni fa erano la norma, e nessuno ne soffriva.


È un problema epistemico, cioè di valori di riferimento della nostra cultura: ci hanno raccontato, sin dalla più tenera infanzia, che nel mondo “c’è l’uomo da una parte, e la natura dall’altra parte”, come se l’umanità fosse una specie proveniente da un altro pianeta, e la natura terrestre qualcosa di fastidioso, da addomesticare ai nostri usi quotidiani.



Sono architetto, e spesso chi mi chiede una casa in campagna tende, inconsapevolmente, a volersi liberare di ogni traccia del contesto naturale che caratterizza il luogo: gli alberi “sporcano” con le foglie, “coprono la vista (della strada più avanti)”, “fanno ombra dove voglio mettere i pannelli solari” (magari quell’ombra ti fa tenere spento il condizionatore), “i muri a secco ospitano i serpenti”, “qui mettiamo il prato inglese, l’erba alta non è ordinata”, “nel parcheggio voglio il cemento”, “l’auto deve arrivare sotto casa”…

A volte è più difficile resettare il cliente che disegnargli la casa, mostrare che un luogo è speciale proprio per le cose che di primo acchito sembrano “fastidiose”, e che la natura selvaggia, che è quasi introvabile in città, propone uno specifico mindset: pensarsi come ospite del contesto, in punta di piedi, con sguardo ammirato e rispettoso, pronti all’ascolto, coi sensi allertati a mille. Mettendo per un momento da parte il proprio ego e concentrandoci sulla nostra esistenza fisica in questo straordinario mondo, un’esperienza che include sensazioni come il caldo, il freddo, il vento e il sole, la terra e il rumore delle foglie sotto le scarpe..


Si tratta di uscire da un’area di comfort, quella in cui tutto è asettico, astratto e disponibile, e posizionarsi su un mindset basato su tre paradigmi:


1. io sono un fenomeno naturale

2. il pianeta è una risorsa finita

3. il mondo ce l’ho solo in prestito


Le cose migliori da fare, seguendo questo ragionamento, vengono quasi da sole, e somigliano molto alla sobrietà dei nostri nonni, che consumavano l’indispensabile, non buttavano via niente, pensavano ai nipoti.



L’economia circolare, come ha rivelato meglio di ogni altro Ellen Mc Arthur, una ex-velista in solitario che oggi è paladina mondiale del “rifiuto dell’idea che esista un rifiuto”, nasce dalla consapevolezza che il pianeta è come la cambusa della barca a vela con cui era naufragata nell’oceano antartico. Dobbiamo sopravvivere un numero indefinito di giorni con quello che c’è nella dispensa, interessante come questa nozione sia riportata dall’Earth Overshoot day.



Non solo dobbiamo usare con parsimonia la cambusa, ma dobbiamo anche fare in modo che la barca, un pianetino azzurro flottante nell’assoluto nero minerale dell’Universo, non affondi.

Dobbiamo farlo insieme, perché, per quanto ciascuno di noi possa fare la differenza, come divulgatore o per le proprie azioni, non siamo l’unico abitante di uno spazio deserto ma abbiamo bisogno di tutti gli altri.

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